di Corinne Vosa

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Fabio ha appena scontato otto mesi di galera per un crimine che non ha commesso, al posto di Claudio, un suo amico ex pugile, un delinquente di piccolo calibro che ambisce a diventare il boss del Mandrione (quartiere periferico romano).

Claudio gestisce traffici vari, fra cui i combattimenti clandestini tra cani. Ogniqualvolta i suoi cani rimangono feriti, egli si rivolge all’amico Fabio che, clandestinamente nel retrobottega della sua toletta per cani, si occupa di piccole operazioni chirurgiche e medicazioni. L’amicizia tra Fabio e Claudio è molto ambigua, quasi malata. Claudio ha una personalità bipolare che lo porta a volte ad agire con estrema cattiveria nei confronti di Fabio che sembra subire senza reagire. Tutto questo dura da tempo fino a quando Fabio, non potendo più sopportare, decide di mettere in atto la sua terribile vendetta…

Risulterà facile a molti notare la somiglianza di questa trama con quella di Dogman di Matteo Garrone. Ebbene sì, i due film sono ispirati allo stesso fatto di cronaca, la vicenda di Pietro de Negri, detto er Canaro della Magliana, e della sua efferata vendetta. Punti di vista espressivi di autorialità diverse ma entrambe di grande valore artistico.

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Rabbia furiosa segna il ritorno alla regia di Sergio Stivaletti, celebre effettista del cinema horror italiano, che ha collaborato con grandi registi come Dario Argento, Michele Soavi e Lamberto Bava. Stivaletti, fonde in un’unica opera più registri cinematografici, realizzando una sorta di western moderno che in fine si tuffa a capofitto nell’oscurità dell’horror.

“Sono sempre stato affascinato dai film in cui il personaggio centrale dopo lunghe vessazioni ed ingiustizie trova finalmente la forza di vendicarsi facendosi giustizia da solo per poi oltrepassare il limite normalmente invalicabile sconfinando nella crudeltà pura”, dichiara Stivaletti nelle note di regia. Se Garrone ha di fatto quasi annullato l’elemento della violenza sconcertante e brutale che si impossessa del protagonista, l’attenzione di Stivaletti si focalizza proprio su questo paradosso dell’uomo buono costretto dal mondo a divenire un folle carnefice. Così ci mostra il proibito, l’impensabile, e una parte di quelle azioni inimmaginabili che caratterizzarono la vicenda e che, sopratutto, si diffusero nell’immaginario collettivo di quella generazione. Un film di violenza e tensione che trova il suo momento di espiazione in una camera degli orrori che però non si può che contemplare con un minimo di empatia, in quanto riscatto dei più deboli, di tutte quelle creature innocenti, che siano persone o animali, la cui dignità è stata crudelmente calpestata.

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Per oltre una prima metà del film la tensione tra i personaggi viene definita evocando le dinamiche, le ambientazioni, e gli sguardi del western, con una musica chiaramente ispirata al genere che, come nei film del grande maestro Sergio Leone, ricopre un ruolo fondamentale, scandendo azioni e intenzioni dei personaggi. Non a caso abbiamo un personaggio soprannominato lo Sceriffo che, non solo nel nome, richiama questa figura iconica del western.

Mentre il contesto romano è molto enfatizzato, al contrario di quello totalmente indefinito di Dogman, con ampie vedute della città, a livello temporale non ci sono chiari riferimenti. Si deduce facilmente che il film è ambientato nella contemporaneità, ma evoca vagamente anche gli anni ’80, quelli in cui l’omicidio avvenne realmente. Stivaletti vuole anche lui rimanere in parte sull’indefinito per plasmare un personaggio fuori dal tempo, un eroe da tragedia greca, vittima di un fato crudele, che ritrova se stesso nella pazzia e nel furore, come posseduto da forze soprannaturali che gli danno una nuova forza, un coraggio inarrestabile, quello di un lupo che innalza il proprio ululato sotto il tenebroso e lucente chiarore della luna.

Ottima l’interpretazione di Riccardo De Filippis, capace di trasformarsi da mite uomo dolce a un assassino dallo sguardo folle, il cui corpo sembra infetto dai sintomi di una malattia, come la rabbia furiosa, di cui non a caso a inizio film ci viene mostrata una didascalia con relativa definizione, una evidente analogia tra lo stato emotivo della rabbia e la malattia che ne porta il nome.

Ad offrire un’eccellente performance anche Virgilio Olivari nel ruolo di Claudio, con i suoi costanti e brutali cambiamenti d’umore e l’imporsi della sua fisicità. Ma fondamentale è anche la sensibilità femminile incarnata dai personaggi di Anna, moglie di Fabio, interpretata da Romina Mondello, e della giovane figlia, l’adorabile Eleonora Gentileschi. Queste presenze femminili introducono un velo di poesia che trasporta verso il mondo del sogno e della fiaba, uno sguardo volto alla realtà dell’amore e dell’innocenza. Questa loro indole rispecchia in fondo quella di Stivaletti, che ispirandosi a un duro fatto di cronaca, lo ha trasformato in una storia dai contorni onirici e dai significati metaforici. Un thriller noir dal carattere visionario, che non esita a sprofondare nella vasca di sangue dell’esistenza ma neanche a volare in cieli di luce.

Fondamentale il ruolo dei cani, esseri viventi fedeli e puri, sfruttati e indifesi di fronte alla cattiveria dell’uomo che li obbliga anche a strazianti lotte mortali. “Angeli con la coda caduti dal cielo” li ha definiti Gianni Franco, interprete del commissario Ferri, colui che più si avvicina alla verità e a uno sguardo che coincide con quello dello spettatore.

Come già accennato la colonna sonora ha un ruolo molto rivelante, così come lo ha la musica diegetica nella toeletta di Fabio: ogni qualvolta che deve toelettare o medicare un cane mette una musica di sottofondo che coincide con il suo stato d’animo nell’intraprendere quell’azione, molto spesso musica classica o arie d’opera lirica. Oltre a richiamare il western la colonna sonora è caratterizzata in altri momenti dalle sonorità dell’horror. D’altronde in Rabbia Furiosa la musica extradiegetica rispecchia appieno il genere e le scelte stilistiche adottate dal regista, che come già detto omaggia il western e l’horror.

Stivaletti ci consegna un film che nella più angosciante oscurità preserva intatta la purezza dell’essere e con sensibilità e poesia, passando per abissi di morte, ci proietta verso un orizzonte di luce e amore incondizionato, di cui il legame tra l’uomo e l’animale è l’emblema supremo. Delle forze invisibili legano l’essere umano alla natura, di cui egli è parte d’altronde, e pertanto a tutte le creature viventi. In Rabbia Furiosa i cani sembrano divenire in alcuni momenti una presenza quasi interna all’essere umano, come se si instaurasse un rapporto spirituale che va oltre ogni confine fisico, e che sopravviverà anche alla morte, evocando l’antica leggenda del ponte dell’arcobaleno. Un bagliore di amore puro e di luce che niente e nessuno potrà distruggere.

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